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Il Peso della Corruzione

Il Portale e la Radura Antica

Il gruppo aveva preso la propria decisione: avrebbero seguito i Custodi del Giuramento Verde attraverso il portale rituale. Samar rimase indietro, affidato alla custodia delle casse ancora sigillate, con la promessa solenne — quasi disperata — di consegnarle a qualunque costo. Gli altri si radunarono attorno al cerchio di pietre ricoperto di rune antiche, mentre Edria, la custode che aveva aperto il varco, cominciò a salmodiare parole in una lingua che nessuno di loro riconobbe. Le rune si illuminarono di un bagliore freddo, poi si spensero. Il portale era aperto.

Dall'altra parte li attendeva un sotterraneo diverso da quello che avevano lasciato: le stesse pietre antiche, ma qui la vegetazione aveva preso il sopravvento con una ferocia silenziosa. Radici spesse come braccia d'uomo si insinuavano tra le crepe del pavimento, le fronde degli alberi filtravano una luce verdastra attraverso i buchi nel soffitto diroccato. Il silenzio era totale — non il silenzio della pace, ma quello di qualcosa che trattiene il respiro.

Ro fu la prima a uscire, e il suo istinto di guerriera la spinse immediatamente a scrutare le fronde sopra di lei, cercando movimenti, ombre, qualunque segno di agguato. Non trovò nulla di ostile, ma la sensazione che qualcosa li osservasse non la abbandonò. Corus seguì, poi Alin con Aira — la donna che avevano liberato dalla cassa, che ancora camminava come chi sta reimparando a farlo, come chi sta reimparando a essere. Bestia passò per ultimo, lanciando un'ultima occhiata al portale prima che Edria lo attraversasse e il bagliore si spegnesse definitivamente alle loro spalle.

Edria li guidò lungo quello che sembrava un sentiero battuto di recente, forse da lei stessa in preparazione di questo momento. Man mano che si addentravano nella foresta, l'atmosfera si faceva più densa, più opprimente. Gli animali si sentivano ancora — un cinguettio lontano, il fruscio di qualcosa tra i cespugli — ma più si avvicinavano alla loro destinazione, più il silenzio si espandeva come un'onda, soffocando ogni suono naturale. Le fronde si facevano più fitte, la luce sempre più fioca, e l'aria stessa sembrava pesare sui polmoni come se fosse intrisa di qualcosa di antico e malato.

Arrivarono infine in una piccola radura, ancora coperta dalla volta degli alberi. Al centro, o meglio, leggermente spostato rispetto al centro, giaceva un cerchio di pietre completamente distrutto — o quasi. Le pietre erano avvolte da radici che le abbracciavano come dita di un gigante addormentato, e tra le crepe crescevano muschi e felci di un verde innaturalmente intenso. Per chi non aveva sensibilità alla magia, era semplicemente un rudere antico. Per Ro e per Orak, invece, fu come ricevere un pugno nello stomaco: l'energia che emanava da quel luogo era enorme, antica, e profondamente disturbante. Non era il dolore di una ferita aperta, ma qualcosa di più sottile — come una nota stonata in una melodia che si conosce a memoria, come il ricordo di qualcosa che non si è mai vissuto.

Il Rituale e il Prezzo del Sangue

Edria li radunò attorno al cerchio e parlò con la voce di chi sa di dover dire qualcosa di sgradevole. Il rituale che avrebbero compiuto era necessario per riequilibrare l'energia del cerchio spezzato — non per distruggerlo, ma per stabilizzarlo, per impedire che la corruzione continuasse a disperdersi nella foresta come veleno in un fiume. Aira portava in sé un peso enorme, una corruzione accumulata durante il lungo periodo di prigionia nella cassa. Parte di quel peso doveva essere trasferita temporaneamente su qualcun altro — un ponte, come lo chiamò Edria — per permettere al rituale di procedere.

Il ponte doveva essere fisicamente robusto. Molto robusto.

Gli sguardi si posarono su Bestia con la naturalezza inevitabile della gravità.

Bestia non protestò. Aveva la corporatura di chi è abituato a portare pesi che spezzerebbero chiunque altro, e c'era in lui qualcosa di antico e solido come le pietre del cerchio. Alin, la guaritrice del gruppo, valutò rapidamente le alternative — la sua resistenza era considerevole, ma era Bestia il più adatto a sostenere un peso di quella natura. Accettò con la semplicità di chi non vede altra scelta.

Mentre Edria e Taron prendevano posizione ai lati del cerchio, cominciando a girare lentamente in senso opposto l'uno all'altra, Bestia si avvicinò ad Aira e le prese la mano. Lei gliela strinse con una forza sorprendente per qualcuno che stava ancora reimparando a camminare. Orak si posizionò in linea con loro, fuori dal cerchio, pronto a creare un muro di fiamme se qualcosa fosse emerso dall'interno o dall'esterno. Ro si mise il più vicino possibile a Bestia, la sua presenza silenziosa un ancoraggio nel caos che stava per venire. Alin rimase vigile, pronta a intervenire.

Nel frattempo, Corus aveva notato qualcosa. Lys — la terza custode, quella che aveva sempre mantenuto una certa distanza dagli altri — si era allontanata con la scusa di fare un giro di perlustrazione. Corus la seguì, e quando Lys si accorse di essere seguita, non si voltò nemmeno: disse semplicemente, con voce piatta, "Perché mi stai seguendo?" Nella sua mano, per un istante appena, brillò qualcosa — un emblema a forma di foglia, luminoso e poi subito spento.

Il confronto fu teso. Corus non era il tipo da lasciar correre, e la sua pazienza — considerevole, per un guerriero della sua tempra — aveva un limite preciso. Lys alla fine ammise di stare inviando comunicazioni ai propri superiori, usando il talismano come trasmettitore. Disse di essere dalla parte della foresta, di agire per il bene del Giuramento Verde. Corus non era del tutto convinto, ma tornò al cerchio tenendo gli occhi aperti.

Edria cominciò a salmodiare. Il canto era irregolare, quasi stonato, ma c'era in esso qualcosa di profondamente antico — non una melodia composta da mani umane, ma qualcosa di più simile al linguaggio della foresta stessa, alle radici che crescono nel buio, alle pietre che ricordano ere dimenticate. Taron girava in senso opposto, gli occhi fissi su Edria, il sudore che cominciava a imperlargli la fronte.

Il vento si fermò.

Non gradualmente, non come quando una brezza si esaurisce. Si fermò di colpo, come se qualcuno avesse chiuso una porta. Il silenzio che seguì era diverso da qualunque silenzio naturale, era il silenzio di qualcosa che ascolta.

Bestia sentì il peso arrivare. Non era fisico, non era il peso di un fardello sulle spalle, ma qualcosa di più profondo; come se qualcuno avesse posato una mano sulla sua anima e avesse cominciato a premere. Resistette. La mano di Aira nella sua si scaldò, poi divenne bollente. Bestia girò appena la testa e vide le vene di lei farsi grigie, come inchiostro che si diffonde nell'acqua, e i suoi occhi perdere colore, diventare quasi bianchi.

Strinse la sua mano più forte, non per trattenerla, ma per farle sentire che c'era ancora qualcuno dall'altra parte.

Poi Edria cadde.

Non fu un cedimento graduale. Fu uno scatto secco della testa all'indietro, uno spruzzo di sangue dal naso, e poi il corpo che si afflosciò sull'erba del cerchio. Taron non si mosse, non smise di girare, non distolse gli occhi da lei, come se la sua concentrazione fosse l'unica cosa che teneva insieme il rituale. Alin si mosse immediatamente, inginocchiandosi accanto a Edria, tamponando l'emorragia con mani esperte. La guaritrice riuscì a stabilizzarla, ma senza la salmodia di Edria il rituale era sospeso, come un respiro trattenuto a metà.

Orak, che aveva osservato tutto con attenzione, cercò di riprendere la melodia. Non le parole, quelle erano incomprensibili, in una lingua che nessuno di loro conosceva, ma almeno la linea melodica, il ritmo, la struttura. Ci provò con la voce, con la memoria, con quella sensibilità alla magia che lo distingueva dagli altri. Qualcosa si mosse nel cerchio, qualcosa rispose, ma non era abbastanza.

Edria si riprese. Lentamente, con la fatica di chi è tornato da un posto molto lontano, si rialzò e riprese a salmodiare. La sua voce era più debole, ma era ancora lì.

Il Guardiano del Cerchio

Le pietre cominciarono a muoversi.

Non tutte insieme, non con la violenza di un terremoto, ma con la lentezza deliberata di qualcosa che si sveglia dopo un sonno molto lungo. Le radici che le avvolgevano si animarono, si contorsero, si intrecciarono. Dal centro del cerchio, dal terreno stesso, cominciò a emergere qualcosa.

Salì lentamente, come se il terreno lo stesse partorendo. Era fatto di tutto ciò che la foresta aveva accumulato in secoli di corruzione silenziosa: terra, pietra, radici intrecciate, e in mezzo a tutto questo, pezzi di carne, frammenti di qualcosa che era stato vivo. Quando raggiunse la sua altezza piena, superava i quattro metri. Dove avrebbe dovuto esserci un volto, c'erano orbite vuote e una bocca formata da radici strappate.

Edria, ancora a terra, con la voce ridotta a un filo, disse: "Abbattetelo."

Bastò.

Bestia fu il primo a colpire. L'ascia si abbatté sulla creatura con tutta la forza di una creatura che ha appena portato il peso della corruzione di un'altra persona nelle proprie ossa, e le scintille volarono dove il metallo incontrò la pietra. La creatura era coriacea, ogni colpo sembrava fare meno danno di quanto avrebbe dovuto, ma cedeva. Alin scoccò le sue frecce con precisione chirurgica, mirando alle parti di carne visibili tra la pietra e le radici, e le frecce si conficcarono con un suono sordo, portando con sé un bagliore magico che bruciava dall'interno. Orak evocò un muro di fiamme che lambì la creatura, bruciando le parti di legno e radice con un crepitio soddisfacente.

La creatura rispose. Tre radici si staccarono dal suo corpo come fruste e si abbatterono sul gruppo. Bestia ne prese una in pieno, un colpo che avrebbe abbattuto un uomo normale, ma che lui assorbì con la stessa solidità di una quercia che piega nel vento senza spezzarsi. Ro fu sbalzata indietro dall'onda d'urto, ma si rialzò immediatamente, la lancia già in mano. Orak, colpita di striscio, rimase in piedi.

Aira svenne.

Il terreno sotto di loro cominciò a sollevarsi, come se la creatura stesse cercando di espandere il proprio dominio oltre i confini del cerchio. Bestia prese Aira in braccio e la portò fuori dal cerchio, poi tornò immediatamente in posizione di combattimento. Ro tentò di riprendere la mano della donna, ma il calore era insopportabile e un'onda di forza la respinse.

Alin, con la lucidità fredda di chi ha imparato a pensare sotto pressione, tentò qualcosa di diverso: piegare la volontà della creatura, prenderne il controllo per un singolo momento. Ci riuscì. Per un istante, breve come un respiro, la creatura si immobilizzò, le radici che si muovevano più lentamente, il corpo che sembrava incerto su cosa fare. Fu abbastanza.

Il gruppo si scatenò. Ro infilò la lancia in quello che avrebbe potuto essere un occhio. Alin scoccò le ultime frecce nelle crepe che si erano aperte nel corpo della creatura. Orak colpì con il fuoco. Bestia trovò la giuntura tra due lastre di pietra e ci affondò la lama con tutta la forza che aveva. La creatura emise un suono, non un grido, ma qualcosa di più antico, un gorgoglio che sembrava venire dalla terra stessa, e cominciò a sgretolarsi. Lentamente prima, poi sempre più velocemente, come una montagna di sabbia bagnata che perde la propria forma. Cadde in un ammasso di terra, pietra, sangue e radici.

Il silenzio tornò. Questa volta era diverso, non il silenzio di qualcosa che aspetta, ma il silenzio di qualcosa che è finito.

Le Conseguenze

Bestia rimase in piedi per qualche secondo dopo che la creatura era caduta, continuando a colpire il cumulo di detriti con la stessa furia meccanica di chi non riesce ancora a credere che sia finita. Fu Ro ad avvicinarsi a lui, lentamente, assicurandosi di farsi vedere prima di toccargli il braccio e a fermarlo. Lui si inginocchiò, esausto in un modo che andava oltre la stanchezza fisica.

Orak si occupò di Aira, che era ancora svenuta ma non scottava più. Le vene grigie erano ancora visibili, ma meno marcate di prima. Edria e Taron erano entrambi a pezzi: sudati, pallidi, con il respiro affannoso di chi ha spinto il proprio corpo oltre i limiti del ragionevole.

Fu durante il cammino verso il fiume un'ora di marcia attraverso la foresta, necessaria per lavare le ferite e recuperare le forze che Ro notò qualcosa di strano in Bestia. La sua mente sembrava annebbiata, più del solito. E quando le fu abbastanza vicina da sentirlo respirare, colse qualcosa che non avrebbe dovuto esserci: il suo alito aveva un odore di zolfo.

Edria, quando glielo dissero, abbassò lo sguardo. La corruzione aveva scavato più in profondità di quanto avesse previsto. Non era irreversibile, non ancora, ma richiedeva attenzione. L'Ordo Magica avrebbe potuto aiutare. Bestia la guardò con la stessa espressione con cui si guarda qualcuno che ti ha mentito per omissione, e Ro si avvicinò a Edria fino a quasi toccarla, il suo silenzio più eloquente di qualunque parola.

Edria non si difese. Disse solo che non sapeva che sarebbe arrivata fino a quel punto.

La Traditrice

Fu Alin a scoprire Lys.

Mentre il gruppo si avvicinava al fiume, un movimento tra le fronde degli alberi attirò la sua attenzione. Lys stava cercando di allontanarsi silenziosamente, scivolando tra i tronchi con la discrezione di chi ha imparato a muoversi senza essere visto. Bestia fu più veloce. La raggiunse in pochi passi e la sollevò quasi da terra, tenendola ferma contro un albero con una mano sola. Ro arrivò subito dopo, la lancia puntata. Orak rimase a distanza, osservando.

Lys non si agitò. Cambiò colore la sua pelle assunse una sfumatura verdastra, il segno di qualcosa che non era del tutto umano ma non cercò di liberarsi. Disse che stava facendo quello che era giusto fare. Disse che stava seguendo gli ordini.

Orak fece qualcosa di inaspettato. Con movimenti precisi e deliberati, cominciò a tracciare dei segni sulla mano di Lys — simboli che la donna riconobbe immediatamente, perché il suo colore cambiò ancora, diventando quasi pallido. Qualunque cosa significassero quei segni, erano abbastanza per far sì che Lys decidesse di parlare.

Disse che stava comunicando con i Viara la casata che aveva sede a Forte Cardo, quella che aveva corrotto il Giuramento Verde dall'interno. Disse che loro sapevano del cerchio, sapevano del gruppo, sapevano di Aira. Disse che Samar rimasto indietro con le casse era in pericolo.

Taron digrignò i denti e colpì la corteccia di un albero vicino con il pugno. Edria chiuse gli occhi e si coprì il volto con una mano.

L'interrogatorio continuò. Lys parlò dei Viara con la voce piatta di chi ha già accettato il proprio destino: erano potenti, avevano contatti ovunque, avevano una storia antica. Persino il sindaco Mezzanotte lasciava fare loro quello che volevano. I rituali dei cerchi, in origine, erano stati concepiti per distribuire la corruzione della foresta su persone che avevano scelto liberamente di portarla: criminali, reietti, gente che preferiva quella sorte a una cella o alla morte. Ma qualcuno aveva capito che quelle persone, una volta corrotte, potevano essere usate come strumenti. Come schiavi.

Aira, che aveva ascoltato in silenzio, disse che lei aveva scelto. Che non ricordava nulla del tempo nella cassa, che non sentiva rimpianto per la scelta fatta, ma che forse non aveva capito fino in fondo a cosa stava andando incontro.

La discussione su cosa fare di Lys fu breve ma intensa. Edria voleva che fosse giudicata dai Custodi. Taron voleva qualcosa di più immediato. Bestia, che aveva portato nel proprio corpo il peso della corruzione di un'altra persona per permettere a quel rituale di procedere, aveva qualcosa da dire in merito. Propose di portarla al villaggio barbaro, il loro villaggio, il territorio che conoscevano e lasciarla al giudizio degli anziani. Era una soluzione che rispettava le leggi dei barbari e toglieva la decisione dalle mani di chi era troppo coinvolto per essere imparziale.

Taron, dopo un momento di silenzio, abbassò lo sguardo. Disse che Bestia aveva ragione a pretendere qualcosa. Edria, alla fine, acconsentì.

Corus recuperò il talismano a forma di foglia dalla mano di Lys. Edria si avvicinò alla prigioniera e le appoggiò la mano sulla fronte, mormorando parole sottovoce, non per farle del male, spiegò, ma per impedirle di fuggire di nuovo o di fare altri danni. Un legame di volontà, temporaneo ma efficace.

La Strada Davanti

Mentre il gruppo si avviava verso il fiume per medicare le ferite, la conversazione tornò ai cerchi spezzati, ai rituali, ai Viara. Edria spiegò quello che sapeva: spezzare i cerchi avrebbe alleviato la corruzione nella zona, ma avrebbe anche accelerato il declino delle persone che erano state corrotte attraverso di essi. Non c'era una soluzione semplice, non c'era un modo per salvare tutti. La corruzione era un ciclo: veniva assorbita dalle persone, le consumava lentamente, e quando morivano tornava ai cerchi per ricominciare.

Corus disse quello che tutti pensavano: forse era più utile colpire il mercato che alimentava tutto questo, piuttosto che cercare di riparare i cerchi uno per uno. Forte Cardo era la prossima tappa. I Viara erano lì. Samar era in pericolo.

Bestia, ancora inginocchiato nella foresta, con l'alito che sapeva di zolfo e la corruzione che aveva scavato più in profondità di quanto chiunque avesse previsto, alzò lo sguardo verso gli alberi sopra di lui e non disse nulla. Ma quando si rialzò, lo fece con la lentezza deliberata di chi ha già deciso cosa fare, e la sua mano stringeva ancora l'ascia con la stessa fermezza di prima.

La foresta li guardava andare, silenziosa e paziente come sempre, tenendo i propri segreti stretti tra le radici e le pietre antiche, aspettando il momento in cui avrebbe potuto reclamare quello che le apparteneva.