Ordini e Radici¶
13.6.2026
Il Viaggio e le Casse Sigillate¶
La pioggia batteva incessante sul sentiero fangoso che si snodava attraverso la foresta, trasformando il terreno in una trappola vischiosa che rischiava di inghiottire le ruote del carretto ad ogni passo. Bestia, con la sua corporatura possente, si faceva carico di spingere il veicolo ogni volta che le ruote affondavano nel fango, il suo respiro pesante che si mescolava al rumore sordo della pioggia sulle fronde. Il gruppo procedeva in silenzio, ciascuno immerso nei propri pensieri, mentre le casse sul retro del carretto emanavano un calore innaturale, percepibile anche attraverso i teli cerati che le coprivano.
Erano state affidate loro da Elindra, con istruzioni precise e poche spiegazioni. La destinazione era Canale del Re, dove un certo Calder Morian avrebbe ricevuto il carico. Samar aveva esaminato le rune incise sul legno con occhi esperti, riconoscendo in esse qualcosa di antico, qualcosa che non apparteneva a nessun rituale conosciuto nei testi moderni. Le rune erano desuete, arcaiche, e Ro aveva concluso con una certa inquietudine che si trattava di un rituale di legame, sebbene non fosse in grado di determinarne la natura o lo scopo.
Orak aveva appoggiato l'orecchio contro il legno di una delle casse, e ciò che aveva percepito l'aveva turbato profondamente. Il legno era caldo, innaturalmente caldo per una giornata umida e fredda. Dall'interno proveniva un respiro regolare, che ogni tanto si accelerava per poi tornare alla sua cadenza normale. L'aura che emanava dalle casse era qualcosa che la guaritrice aveva già incontrato in passato, un misto di viola e verde, corruzione intrecciata con la natura, con la parte corrotta leggermente predominante. Ro aveva bussato su una delle casse, e dopo una ventina di secondi aveva ricevuto risposta: un singolo colpo sordo dall'interno. Creature senzienti, dunque. Creature che respiravano, che rispondevano, che erano state rinchiuse in quelle casse per loro stessa volontà, secondo quanto aveva detto Elindra. Ma quella spiegazione sembrava sempre meno convincente man mano che il viaggio procedeva.
Corus aveva preso le redini del proprio cavallo e si era allontanato dal gruppo, cercando un punto sopraelevato da cui osservare la strada alle loro spalle. La foresta si addensava ai lati del sentiero, e il guerriero sapeva che un'imboscata in quel tratto sarebbe stata fin troppo facile da organizzare. Si era appostato tra le radici di un grande abete, immobile come una roccia, gli occhi che scrutavano il sentiero attraverso la cortina di pioggia.
Gli Enoai¶
Fu Corus a notarli per primo, tre figure nascoste tra gli alberi ai lati della strada, immobili come statue. Tornò al gruppo con la notizia, e Ro decise di agire. Si trasformò in un falco, scivolando silenziosamente tra le fronde bagnate, e sorvolò la zona fino a posarsi su un ramo all'interno della foresta. Da lì li vide chiaramente: tre guerrieri armati, con simboli tribali che Ro riconobbe come appartenenti agli Enoai, un popolo che viveva sulle cime degli alberi e nelle cavità scavate sotto le radici degli enormi abeti, profondamente legato alla foresta e ai suoi misteri.
Tre soli. Ro tornò al gruppo e comunicò quello che aveva visto con tre dita alzate. Corus e Ro scesero dai cavalli e si avanzarono verso il punto in cui i guerrieri erano nascosti, lasciando che il carretto rallentasse fingendo un problema con una ruota impantanata. Quando uno degli Enoai si fece avanti, lancia in posizione di riposo ma sguardo guardingo, Ro scese da cavallo e si sedette per terra, incrociando le gambe in un gesto di pace.
Il guerriero era teso, ma non ostile. Tenne la lancia di fianco mentre i suoi due compagni emergevano dalla boscaglia, uno con una mazza e l'altro con una seconda lancia. Volevano le casse. Le volevano lasciate lì, sul sentiero, e il gruppo doveva andarsene.
"Dove le state portando queste casse? Perché le avete voi?" chiese il guerriero, la voce bassa e carica di diffidenza.
"Ce le hanno affidate," rispose Ro con calma, "ma se voi sapete qualcosa su queste casse, saremmo ben felici di prendere delle decisioni più ragionate."
"Quelle casse sono un male. Quello che c'è dentro è un male."
"Quindi voi sapete cosa c'è dentro?"
Il guerriero esitò. "Non sappiamo cosa c'è dentro. Sappiamo solo che sono legate alle profondità del Davokar. Voi non dovete portarle oltre. Lasciatele."
Corus osservò l'uomo con occhi critici. Le sue parole erano convinte, ma circolari, il tipo di certezza che non nasce dalla conoscenza ma dalla fede. Samar si avvicinò al gruppo, curioso e cauto allo stesso tempo, mentre Bestia trotterellava dal carretto con la sua andatura pesante e tranquilla, tendendo una mano enorme verso il guerriero in segno di saluto. L'Enoai fece un passo indietro, la lancia che si alzava d'istinto.
"Fermo! Non avvicinarti!"
"Bestia è molto più uomo di molti uomini," disse Corus con voce piatta.
"Volevo solo salutarti," aggiunse Bestia, con quella semplicità disarmante che era la sua natura.
Il dialogo continuò, teso e carico di sottintesi. Ro cercò di far breccia nella certezza del guerriero, mettendo in discussione la fonte della sua conoscenza. "Ti fidi semplicemente di quello che ti raccontano gli altri?"
"Loro sono saggi. Noi seguiamo quello che ci dicono."
"Io sono saggia," replicò Ro, e nella sua voce c'era qualcosa di più di una semplice affermazione.
Fu quando Ro disse che le creature nelle casse erano esseri viventi, e che anche lui, come creatura della foresta, avrebbe dovuto saperlo, che qualcosa nel guerriero si incrinò. I suoi due compagni si scambiarono uno sguardo. La lancia tornò in posizione di riposo.
Poi arrivò la rivelazione più pesante. Gli Enoai avevano già intercettato altre casse in passato, quattro mesi di pattugliamento lungo quella strada. Avevano aperto le casse, trovato all'interno qualcosa di umanoide ma diverso, con simboli e radici intrecciate nella carne. Avevano dovuto richiuderle, turbati da una sensazione che non riuscivano a descrivere. E poi le avevano sepolte. Vive.
"Cioè li avete uccisi?" chiese Ro, la voce improvvisamente fredda.
"Li abbiamo sepolti. Appartengono alla Terra."
Bestia si alzò lentamente. "Non mi siete più tanto simpatici."
Ro gli posò una mano sul braccio, trattenendolo. La conversazione continuò ancora per qualche minuto, con Ro che propose agli Enoai di viaggiare con loro, proposta che fu rifiutata. I guerrieri dovevano restare lì, a bloccare altri carichi. Prima di congedarsi, il guerriero chiese il nome di Ro.
"Ro, figlia di Dor, della tribù degli Zarek."
L'uomo annuì, poi i tre Enoai scomparvero nella boscaglia come se la foresta li avesse semplicemente riassorbiti.
L'Apertura della Cassa¶
Il gruppo riprese il cammino in silenzio, ma il silenzio era diverso da prima. Più pesante. Carico di domande senza risposta. Ro era sempre più convinta che aprire una delle casse fosse necessario. Orak era d'accordo. Samar sollevò obiezioni pratiche, parlò di rischi e di contratti, ma alla fine anche lui cedette alla curiosità e all'inquietudine morale che li attanagliava tutti.
Trovarono una radura, accesero un fuoco, e scaricarono una delle casse dal carretto. Era quella su cui Ro aveva bussato, quella che aveva risposto. Il legno era caldo sotto le dita, e le rune brillavano debolmente alla luce delle fiamme. L'odore di resina si intensificò quando sollevarono il coperchio.
Dentro c'era una donna.
Umana nelle fattezze, di mezza età, forse qualche anno oltre. Vestita con abiti semplici, quasi banali. Gli occhi erano aperti e fissi verso l'alto, le pupille dilatate in modo innaturale. Le vene sul collo e sulle braccia avevano una colorazione grigiastra, come inchiostro diluito sotto la pelle. E sul petto, parzialmente scoperto, c'era un simbolo che sembrava una cicatrice: un cerchio con radici intrecciate all'interno, qualcosa che nessuno di loro aveva mai visto prima.
Respirava. Regolarmente, con calma.
Orak le prese la mano. Calda. Nessuna reazione. IL goblin attivò la sua vista stregata e vide quello che aveva già intuito: un'aura mista, viola e verde, corruzione e natura, con la corruzione leggermente predominante. Qualcosa era stato fatto a questa donna, qualcosa di profondo e irreversibile.
"Donna," disse Ro, mettendole una mano sulla spalla, "dici qualcosa. Io sono Ro."
Silenzio. Poi, dopo un lungo momento, la donna disse una sola parola.
"Ordini."
Il gruppo si scambiò sguardi pesanti. Orak capì per prima cosa significava quella parola. Non era una domanda. Era una risposta. Era tutto ciò che restava di quella donna: la capacità di ricevere ordini e di eseguirli. Qualcuno aveva svuotato quella persona, aveva lasciato in piedi solo il guscio, pronto ad essere riempito con la volontà altrui.
"Alzati," disse Ro.
La donna si alzò.
"Puoi parlare?"
"Parlare. Adempiere."
Poi, improvvisamente, qualcosa cambiò. La donna fece un gesto secco, quasi convulso, e disse con una voce diversa, più roca, più disperata: "Non doveva essere questo. Non doveva essere così."
E poi tornò immobile, gli occhi di nuovo fissi nel vuoto.
Orak le disse di sedersi. La donna si sedette.
Attorno al campo, il silenzio era calato in modo innaturale. Non c'erano più versi di animali, non c'era il vento tra le fronde, non c'era nulla. Solo il crepitio del fuoco. Bestia fece un giro del perimetro e trovò rampicanti freschi alla base di alcuni alberi, cresciuti in modo innaturale, come se fossero spuntati in poche ore. La foresta stava reagendo alla presenza di quella donna fuori dalla cassa.
Richiusero il coperchio. I suoni tornarono lentamente, come se la foresta avesse trattenuto il respiro e ora lo rilasciasse.
Canale del Re¶
Il sole pallido del giorno successivo li accompagnò fino a Canale del Re, un avamposto che si rivelò essere molto più di quanto il nome suggerisse. Incastonato in un anfratto naturale del terreno, il luogo era una piccola città di contrabbando, con casette di legno, tende, un mercato attivo e guardie ambriane che pattugliavano i vicoli con aria di chi sa esattamente cosa succede e ha deciso di non vederlo. C'era anche un piccolo tempio dedicato a un culto minore, e sacerdoti che giravano tra la gente con passo misurato.
All'ingresso, un uomo controllò i documenti che Edric aveva fornito loro. Calder Morian li aspettava vicino al magazzino principale, seduto dietro un tavolaccio di legno sommerso di carte. Era giovane, calvo, con un pizzetto curato e un'aria di chi non spreca mai un secondo del proprio tempo. Guardò il gruppo con occhi che valutavano e catalogavano senza sosta.
"Tutto a posto? È stato un viaggio particolare? Niente intoppi?"
"Qualche brigante per strada," disse Samar con nonchalance, "ma come vedete siamo qui."
Morian annuì, scribacchiò qualcosa nel registro, e indicò il magazzino. "Potete scaricare e metterle là."
Le casse furono portate dentro. Ro osservò l'ingresso del magazzino con attenzione, memorizzando ogni dettaglio. Una sola entrata, una sola uscita. Samar si avvicinò a un collaboratore di Morian per riscuotere la seconda metà del pagamento e sondare il terreno con domande apparentemente casuali. Bestia si avvicinò a un orco che lavorava nel posto, cercando di capire qualcosa di più sul funzionamento del luogo, ma l'orco fu evasivo e diffidente. Orak tentò di attaccare bottone con un goblin che puliva i vicoli, ma fu cacciato via con un calcio di polvere e un'occhiata spaventata.
Alla locanda, Samar trovò il suo contatto, un uomo che conosceva da tempo, che zoppicava e che sapeva molte cose che avrebbe preferito non sapere. Tra una battuta e l'altra, tra uno sguardo lanciato verso Ro e una risposta evasiva, l'uomo disse quello che sapeva: le casse giravano da mesi, i compratori erano nobili, gente con soldi e senza scrupoli. E una volta, qualche settimana prima, una delle creature era uscita dalla cassa e era scappata. Non l'avevano più trovata.
Bestia, che aveva ascoltato in silenzio, prese l'uomo per la testa e lo sbatté sul tavolo con un colpo secco, poi lo rimise seduto come se nulla fosse. L'oste si avvicinò con un'espressione che non ammetteva repliche. "È la prima e ultima volta che vi avviso. Alla prossima ve lo diranno le guardie."
Più tardi, mentre Ro si ritrasformava in falco per fare la posta al magazzino, due figure entrarono nella locanda con paramenti che Samar riconobbe vagamente: i Custodi del Giuramento Verde, un gruppo di mistici legati alla natura, poco noti e ancora meno compresi. Uno di loro, una donna, aveva gettato uno sguardo nella direzione in cui Ro era appostata prima di entrare, come se avesse percepito qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì.
La notte scendeva su Canale del Re, e le casse erano nel magazzino, e la donna dagli occhi vuoti era tra loro, e la foresta di Davokar sembrava osservare tutto con la sua pazienza millenaria, aspettando che qualcuno commettesse l'errore che avrebbe cambiato tutto.